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ToggleL’INDUSTRIA TESSILE E IL PROBLEMA DEI RIFIUTI: UN’URGENZA CHE NON SI VEDE
L’industria tessile è la seconda industria più inquinante al mondo, dopo quella petrolifera. Ogni anno in Europa vengono prodotti circa 12,6 milioni di tonnellate di rifiuti tessili — indumenti, biancheria per la casa, tappeti, tendaggi — di cui solo una frazione viene correttamente raccolta e avviata a recupero. Il resto finisce in discarica o nell’inceneritore.
In Italia la situazione è migliorata negli ultimi anni, ma il potenziale di recupero resta largamente inespresso. La spinta normativa europea e lo sviluppo di filiere dedicate stanno cambiando la situazione — più rapidamente di quanto molti si aspettino.
IL QUADRO NORMATIVO: DALLA DIRETTIVA UE AGLI OBBLIGHI ITALIANI
Il punto di svolta normativo è la Direttiva (UE) 2018/851, che ha modificato la direttiva quadro sui rifiuti 2008/98/CE, introducendo per la prima volta un obbligo esplicito per gli Stati membri di istituire una raccolta separata dei rifiuti tessili entro il 1° gennaio 2025.
L’obiettivo dichiarato è chiaro: integrare i tessili nel sistema dell’economia circolare, riducendo il ricorso a materie prime vergini e abbattendo la quantità di rifiuti avviati a smaltimento finale.
In Italia, l’obbligo di raccolta differenziata dei tessili è stato introdotto con il recepimento della direttiva. I Comuni sono tenuti a garantire punti di raccolta dedicati sul territorio — contenitori stradali, isole ecologiche, accordi con operatori specializzati — e la filiera di recupero deve essere tracciabile e affidata a soggetti autorizzati.
Per le aziende produttrici di abbigliamento e tessili si applica il principio della Responsabilità Estesa del Produttore (EPR): chi immette sul mercato deve contribuire finanziariamente alla gestione del rifiuto che il proprio prodotto genera a fine vita.
COSA SUCCEDE AGLI ABITI DOPO LA RACCOLTA: LE TRE DESTINAZIONI
Non tutti i tessili raccolti hanno lo stesso destino. La filiera di recupero distingue tre percorsi principali, in ordine di preferenza secondo la gerarchia europea dei rifiuti:
▶ Riutilizzo diretto: gli indumenti ancora integri e in buone condizioni vengono selezionati per una seconda vita — mercati dell’usato, piattaforme online, esportazione verso mercati internazionali. Questa è la forma di recupero più efficiente, perché preserva il valore del prodotto senza bisogno di lavorazioni aggiuntive.
▶ Riciclo in fibra: i tessuti non più utilizzabili come indumenti vengono sfilacciati e trasformati in fibra secondaria, utilizzata per produrre nuovi tessuti, materiali isolanti, imbottiture, feltri industriali, pannelli fonoassorbenti e materiali per l’edilizia.
▶ Recupero energetico: solo come ultima opzione, i tessuti non riciclabili vengono avviati a impianti di termovalorizzazione.
LA FILIERA ITALIANA: ECOTESSILI E CORERTEX
In Italia operano due sistemi di gestione collettiva dei rifiuti tessili che raggruppano produttori e operatori del settore per adempiere collettivamente agli obblighi EPR.
Ecotessili (ecotessili.it) è il Consorzio di responsabilità estesa del produttore per i rifiuti tessili. Nato nel 2023, gestisce il flusso dalla raccolta comunale fino all’impianto di recupero, garantendo la tracciabilità e il rispetto degli obiettivi di riciclo fissati dalla normativa. I produttori aderenti versano un contributo in proporzione alla quantità di prodotto immessa sul mercato.
Corertex (corertex.it) è il sistema alternativo di adempimento, che consente ai produttori di organizzare autonomamente la raccolta e il recupero dei propri rifiuti tessili, in alternativa all’adesione al consorzio pubblico. Anche in questo caso è richiesta tracciabilità documentale e rispetto dei target di recupero.
COSA DEVONO FARE LE AZIENDE: GLI OBBLIGHI CONCRETI
Per le imprese che producono o distribuiscono prodotti tessili in Italia, gli obblighi si articolano su più livelli:
▶ Adesione a un sistema EPR: i produttori devono aderire a Ecotessili, a Corertex o dimostrare di gestire autonomamente il recupero dei propri rifiuti tessili in modo conforme.
▶ Contributo ambientale: al momento dell’immissione sul mercato, ogni prodotto tessile è soggetto a un contributo che finanzia la raccolta e il recupero.
▶ Reportistica: i dati sulle quantità immesse sul mercato devono essere comunicati al sistema di gestione prescelto, che a sua volta li trasmette al Ministero.
▶ Informazione al consumatore: l’etichettatura dei prodotti tessili deve includere informazioni sul corretto smaltimento, in linea con i requisiti EPR.
COSA POSSONO FARE I CITTADINI
Dal lato del consumatore, il messaggio è semplice: i vestiti non vanno nel sacco dell’indifferenziato. Qualunque sia il loro stato — indumenti da riutilizzare, tessuti logori, pezzi non più riparabili — esiste sempre un percorso di recupero migliore della discarica.
Le opzioni disponibili oggi in Italia sono molteplici: contenitori stradali dedicati alla raccolta dei tessili (presenti in quasi tutti i Comuni con più di 5.000 abitanti), isole ecologiche comunali, punti di raccolta nei negozi di abbigliamento che aderiscono a programmi take-back, piattaforme di rivendita dell’usato (fisiche e digitali).
La regola pratica: ogni volta che si decide di disfarsi di un indumento, la prima domanda da porsi non è dove buttarlo, ma se può ancora essere usato da qualcun altro. Solo quando la risposta è no, si valuta il percorso di riciclo più appropriato.
IL RUOLO DI ASSOLOG NELLA FILIERA DEI RIFIUTI SPECIALI TESSILI
Assolog opera nella gestione dei rifiuti speciali e supporta aziende, enti e gestori comunali nella corretta classificazione e avvio a recupero dei rifiuti tessili di origine non domestica: scarti di produzione tessile, resi di magazzino, indumenti da lavoro dismessi, materiali tessili da smantellamento.
Questi flussi — a differenza dei tessili domestici — rientrano nella categoria dei rifiuti speciali e richiedono gestione documentale conforme: codice CER corretto, FIR digitale, registro di carico/scarico e affidamento a operatori iscritti all’Albo Nazionale Gestori Ambientali.
Assolog supporta le aziende nella classificazione corretta, nel ritiro e nell’avvio ai canali di recupero autorizzati — contribuendo concretamente agli obiettivi di economia circolare che la normativa europea richiede.
DOMANDE FREQUENTI
Gli indumenti da lavoro aziendali dismessi sono rifiuti speciali, non domestici. Devono essere gestiti con le procedure previste per i rifiuti speciali: classificazione CER, registro, FIR. Non possono essere conferiti nei contenitori stradali per tessili domestici.
L'obbligo EPR si applica in funzione della quantità di prodotto immesso sul mercato, non del numero di dipendenti. Anche i piccoli produttori e gli importatori sono tenuti ad aderire a un sistema di gestione, salvo specifiche soglie di esenzione.
Sì. Gli scarti di lavorazione e i rifiuti derivanti da processi produttivi tessili sono rifiuti speciali e richiedono gestione documentale conforme al D.Lgs. 152/2006. Il codice CER da utilizzare dipende dalla natura del materiale.
CONCLUSIONI
Il riciclo dei rifiuti tessili non è più un tema di nicchia per appassionati di moda sostenibile. È una filiera regolamentata, con obblighi precisi per i produttori, per i distributori e per i gestori del servizio pubblico. La pressione normativa europea è destinata ad aumentare — e con essa i target di recupero che il sistema Italia dovrà raggiungere.
Per le aziende che producono rifiuti tessili di origine speciale, affidarsi a un partner qualificato è il modo più semplice per essere già in regola oggi — senza aspettare i controlli di domani.
